A distanza di 4 anni da quando l'ho scritto, 3 da quando l'ho pubblicato e 2 da quando è mancata mia nonna, se mi chiedessero “a quali
parti del tuo libro sei più legata”? Senz'altro non saprei rispondere. Lì dentro c'è tutto, l'assenza di una nonna che nella mia adolescenza ha segnato una grave mancanza, l'inizio dell'odissea, la malattia negli occhi di una quindicenne, la rabbia nell'anima di una ventenne. A un anno dalla pubblicazione del libro, nel 2010, mia nonna è mancata, ha smesso di respirare in una notte d'aprile, dentro un ospedale di Levanto che sembrava portasse alta la scritta 'sono - l'ultima - spiaggia'.
Ma dei tratti del libro a cui sono legata particolarmente e che ho citato poco, portano mille sfaccettature e stasera mi va di postarli e condividerli con voi...
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"Dentro il male - Sentieri d'amore nel labirinto dell' Alzheimer"
Armando Editore, Roma, 2010
Papavero
Forse
sono caduta o forse mi hanno investita, sono confusa, ma prima...
prima dov'ero?
<< L'oceano
e calmo.
Intuisco
che qualcosa mi sta portando dove non sono mai stata. Tutto oscilla
lievemente e s'accende di colori, persino il pavimento arancione su
cui sono sdraiata. Sembra formare dei cerchi d'acqua, più chiari,
come se stessi galleggiando su petali di fiori bagnati. Mi guardo
intorno stranita e non so proprio come diamine abbia fatto a finire
qui. Sento fruscii di teli di nylon e persone che bisbigliano. Eppure
non vedo nessuno. Sono da sola. Non scorgo nemmeno la mia ombra. Il
sole se n'è andato e il cielo è rinchiuso in un triangolo blu scuro
sospeso dietro un vetro. Respiro un'aria pungente, pervasa da un
odore di benzina che mi arriva a ondate sul ritmo di una melodia
ripetitiva che forse ho già sentito. Sembra che il mio corpo sia
immobilizzato da una forza esterna che m'impedisce di muovermi. Tutto
ciò che mi riguarda è estraneo a ciò che vedo. E viceversa. Non
riesco a riordinare i pensieri, non ricordo nulla di ciò che ho
fatto prima di trovarmi stesa qui. Le
luci gialle ora sono diventate rosse.
Un rosso tutt'altro che estraneo. Il colore m'invade, questa volta,
mi copre come un vestito, una seta che mi scende da una spalla per
fasciarmi di porpora a sirena dilagando in uno strascico di pizzo. Mi
ricorda un abito da sposa fotografato in una rivista. Sicuro, è lui,
lo riconosco. Sto camminando leggera sul velluto scarlatto di una
chiesa di fianco alla persona che amo. Allora questo suono sarà la
musica di un organo, ma non vedo l'organista.. Di sorpresa mi toccano
la schiena. Forse qualcuno sta raccogliendo il mio velo da terra, un
velo rubino di almeno tre metri, lo sta sollevando e nel farlo mi ha
tirato i capelli. Sì, è così. Ho la sensazione che me li stiano
tagliando. Ma mia madre dov'è? Non c'è nessuno intorno, persino
l'uomo che mi sta sposando è soltanto un carosello di volti che si
danno il cambio a baciarmi tenendomi per mano. Questa mano che
qualcuno tocca, ma che io non sto dando a nessuno. Mi sento presa in
braccio, forse sono i miei amici che mi stanno festeggiando. Sembrano
felici. Ma forse intravedo soltanto schegge d'espressioni che io
tramuto in sorrisi. Ridono da soli perché io non ho più forze e la
mia fantasia le sta perdendo. Questa parte di mondo che non sapevo
esistesse ora m'attornia inquietante e mi fa chiedere cosa siano
questi respiri affannati, queste urla, queste mani sul viso, sui
capelli, sul corpo. Fastidiose. A uno a uno i miei occhi si aprono
nella vibrazione di un tremito. Quando cerco di alzarmi per capire
avverto un dolore che mi strazia le gambe. Sento pizzichi ovunque,
sulle ginocchia, ai gomiti, sui polsi. Non riesco a compiere il
benché minimo movimento. Il rumore mi assorda, m'intontisce di
nuovo. Riappoggio la testa a terra. Ho paura. La vista mi s'annebbia,
va e viene, come il mio respiro che ogni tanto sfocia in un sospiro
trattenuto, come avesse timore, anche lui, di farsi sentire. Mi
compaiono davanti facce di persone chinate su di me che parlano
agitate, non so da dove vengano, sembrano appena saltate giù da
un'altalena impazzita. Appena metto a fuoco vedo zampilli di sangue
che mi fuoriescono da varie parti. Che succede? Sono ferita? Non
voglio andare in ospedale. No, non voglio. Mi stanno raccogliendo
dall'asfalto come fossi un pulcino stramazzato dal quinto piano.
Anche se ho visto sangue, non riesco a ricordare che cosa mi abbia
schiantato. Ricordo un muro fragile, grigio, in certi punti
trasparente. Un muro astratto, una barriera che non sono riuscita a
superare, forse la stessa voglia di scappare, la rincorsa veloce
verso un'aria più libera, non dominata dal dolore e assediata dalle
ansie. Forse sono caduta o forse mi hanno investita, sono confusa, ma
prima... prima dov'ero? Un'infermiera mi parla, cercando di calmarmi,
in questa navicella biancorossa che sfreccia nelle strade, mentre io
non capisco ciò che dice e continuo il mio percorso d'immagini
create dal niente. Sono su una splendida limousine bianca,
intoccabile, lucida. Accelera delicata sulle note di una bella
sinfonia. Sto andando in viaggio di nozze, o forse sto fuggendo
all'estero vestita da sposa. Mi pare di svenire. La luce mi stanca
gli occhi. Li richiudo. Non voglio sapere nient'altro.
“Amore
mio dove andiamo? Stringimi, stringimi nelle tue braccia...” è un abbraccio che conosco, l'ho sempre voluto. E' il giorno più bello
della mia vita. Nessuno più ci insegue nulla più ci ostacola. La
limousine bianca fugge veloce nelle vie.
“Sei
venuto a prendermi, siamo scappati via da tutti e ora andremo in quel
posto che sappiamo solo noi, quello che sognavamo pensandoci. Vero,
amore mio?”
Troppo
bello per essere vero. Avrei voluto non risvegliarmi mai più e
invece, come ogni bel sogno, anche questo è sfumato nell'oblio e mi
sono ripresa con l'amaro in bocca.
Ora
sono in una stanza bianca insieme a due medici vestiti coi camici
verdi delle sale operatorie. Stanno parlando di me e di cosa farmi,
come se per loro io fossi soltanto un oggetto di pelle. Credono che
io non senta e invece capisco quasi tutto, sebbene faccia finta
ancora un po' di essere più di là che di qua. Vengo adagiata su un
lettino e lasciata lì senza risposte. Comincia a darmi noia questo
senso di chiuso, ma devo stare ferma, immobile, è la regola del
gioco. Conto i secondi, non passano mai. La grossa macchina ad anello
che mi sovrasta fa più rumore di un'astronave. Il lettino avanza un
centimetro alla volta, più lento di un bradipo. Finalmente sono
fuori.
“La
TAC è negativa ” –
dice un medico passando rapidamente una lastra contro un neon
“Negativa?”
– penso, mentre i miei occhi si aprono di colpo e vedo il volto di
mia madre che mi guarda preoccupata.
“Mamma,
cos'è successo?”
“Dimmelo
tu cos'è successo?”
L'infermiera
mi batte sul tempo e s'avvicina per risponderle:
“Signora,
sua figlia è stata portata qui dalla Croce Rossa. L'hanno raccolta
dalla strada, ha fatto un incidente con lo scooter contro una
macchina.”
“Sì,
questo lo so, ma volevo dire 'come è successo'...”
Mia
madre mi guarda con un'aria che non riesco a decifrare. Ha
un'espressione indefinita, credo peggio della mia. Quando mi tirerò
su col collo potrò capire chi delle due è più stupita. Forse lei.
Intanto
l'infermiera si premura d'informarla, snocciolando frasi a
macchinetta:
“Ha
un leggero trauma cranico, però dalla TAC non risultano ematomi. Ha
perso i sensi dopo l'impatto, ma non si preoccupi, tra poco le
medichiamo la ferita alla schiena e la ricoveriamo in osservazione,
solo per precauzione”
Guardo
l'infermiera. Guardo mia madre. Lei mi guarda. Io la guardo.
“Chi
te l'ha detto?” – le chiedo, cercando di riprendere il filo.
“Un
vigile. Mi ha telefonato sul cellulare. Hanno trovato il tuo per
terra e sulla rubrica hanno visto il mio numero”.
“Non
ci voleva un genio... è sotto 'mamma
cel'.. e adesso dov'è il mio
cellulare?”
“Al
comando dei vigili, l'avranno spento. Non ci pensare. Dov'è che ti
fa male?”
“Dappertutto.
La schiena. In alto. E lo scooter dov'è? E' molto rotto?”
“L'hanno
portato via i vigili anche quello, non lo so. Ma mi dici com'è
successo?”
“Non
mi ricordo niente, mamma... niente... mi sembra passata una vita...”
“Io
l'ho visto che eri nervosa, te ne sei andata via correndo e sbattendo
la porta. Non mi hai detto nemmeno dove andavi...”.
“Forse
non lo sapevo neanch’io. E la nonna?”
“La
nonna cosa? E' qui.. su al terzo piano... come sempre...”.
“Sono
nello stesso ospedale?”
– le domando, ma dalla sua ultima risposta ho già capito che è
così. Mi sento come una pallina da tennis dopo una volée di
rovescio che mi ha ribattuta con violenza al punto di partenza,
schiacciandomi al suolo.
“Sì,
certo.. ero su dalla nonna e sono scesa subito al pronto
soccorso...”.
“Ok,
voglio uscire, sto bene. Ho perso i sensi, ma è normale... Che mi
facciano questi cavolo di esami in fretta che voglio andare a
casa...”.
Non
faccio in tempo a finire di parlare che il letto a rotelle su cui mi
hanno spostata inizia a viaggiare, spinto dalle braccia robuste di un
infermiere che non stava a guardare troppo per il sottile. Mentre mi
sta facendo entrare in ascensore mi dice che la mia schiena è piena
di tagli e che uno è bello profondo, tanto che mi si vede la
scapola.
“Stai
buona gioia, almeno finché non ti mettono i punti, poi quando ti
hanno cucita ti muovi finché vuoi”
- mi dice tenendomi giù con una mano appoggiata sulla spalla.
L'ascensore
si chiude. Al diavolo. Il mio viso s'irrigidisce al punto che le
lacrime mi si bloccano a lato degli occhi. Ancora mi trovo a
chiuderli per voler scomparire nel sogno. Ora ci credo quando le
persone che sono state in coma raccontano di aver visto un tunnel e
una luce. Se io dal niente sono riuscita a inventarmi una cerimonia
nuziale, col rosso del sangue accostato al rosso di un vestito da
sposa, nonché a trasformare il suono assordante di una sirena
d'ambulanza nelle variazioni di un organo di chiesa, penso davvero
che tutto
sia possibile. Per non parlare poi della limousine e della fuga
all'estero!
“Così
la vedo” –
dice il chirurgo all'infermiera che lo sta aiutando a preparare il
campo operatorio per cucirmi la ferita alla scapola, indicando una
lampada flessibile da bloccare.
Sono
stesa a faccia in giù su un lettino coperto da un lenzuolo
verde.Vicino c'è un tavolo con
degli strumenti di acciaio luccicanti sotto gli alogeni.
Avverto l'improvviso dolore di un ago che mi punge un braccio e mi
s'infila in una vena. I contorni degli oggetti divetano più morbidi,
sfioccano via nell'aria come batuffoli di cotone. Velocemente si fa
notte. Mi volto su una giostra illuminata
come quelle del luna park. Girano cavalli, macchinine, carrozze,
tutte insieme alla mia lucida astronave. Intorno non c'è nulla, solo
un grande campo bianco sotto la neve che scende lenta nei bagliori
delle lampadine colorate. Intermittenze di neve rossa, blu, gialla,
ancora rossa. >>
Amaranto
<< Sull'oceano
calmo ora si distende una giungla di nuvole striate d'arancio che a
tratti s'allunga, in forme strane, oltre le rive azzurre di laghi di
cielo e di luce. Una meraviglia che penetra dalla finestra e illumina
la stanza di tinte calde. Perfino le sbarre del letto luccicano di
riflessi dorati. Seduta al suo fianco, come al solito, mi piace
parlare con lei:
“In fin dei conti, nonna, abbiamo ciò che ci serve. Possiamo
decidere di mandare tutto a quel paese e costruire qui la nostra
dimensione, in questi pochi metri quadri. Noi ci siamo, da mangiare
c'è, abbiamo anche lo stereo e la tv, ma chi ci supera? Se vuoi
metto un po' di musica, così puoi adagiarti sulle sue note e farti
trasportare verso tutti gli orizzonti che ti va d'immaginare.
Oriente, occidente, dove preferisci. Hai pensato 'occidente', l'ho
sentito. Va bene. Adesso cerco un pezzo che ti piace di sicuro,
aspetta, ecco qua: play, vai. Ma sì, scateniamo trombe e
percussioni... spezziamo la cintura di spine di questa malattia
bastarda a ritmo di merengue! Con
esta gozadera / se
amanece bailando... Ti
ricordi quando su questa musica ti prendevo per mano e ti facevo
ballare? Non è passato molto tempo. Cercavi d'impegnarti per muovere
i tuoi timidi piedini a tempo... la
rumba esta que arde..
e ridevi!
Allora eri ancora consapevole
che stavi ballando... Il volume è troppo alto? Ok, ora lo abbasso,
come vuoi... lo lasciamo al minimissimo, così. Possiamo fare quello
che vogliamo. Qui nessuno ci tocca. Io ho la mia sedia, tu hai il tuo
letto a rotelle, un letto viaggiante... mica ce l'hanno tutti... con
quello puoi filare dentro una favola senza nemmeno alzarti. Sì, lo
so che tu vorresti, ma che ci vuoi fare? Però adesso il materassino
anti-decubito dovrebbe farti sentire un po' meno dolore alla schiena,
no? Certo, il ronzìo del suo motore è fastidioso, ma fregatene.
Pensa che potrebbe essere il rumore dei motori di uno yacht, una
barca creata apposta per non farti annegare e per portarci in giro
sui mari del nostro mondo parallelo. Adesso mi siedo e te lo
racconto. Dunque, il salvagente c'è, sei attaccata a questa boccetta
che ti inietta la forza per resistere alle onde. Insieme possiamo
guidare questa barca a est o a ovest, a nord o a sud, dove ti pare.
Sei tu il comandante, sei tu che scegli la rotta e stabilisci a quale
velocità far sollevare la scia di schiuma e mulinelli che rimane
dietro di noi. I gabbiani ci inseguono e i loro gridi annunciano il
nostro passaggio a ogni miglio percorso, nessuno può raggiungerci.
Navighiamo nel vento, è una bella giornata, carburante ne abbiamo in
abbondanza: scatole intere di pastiglie, flaconi nuovi di gocce,
boccette a volontà. E giù nella stiva ce n'è una scorta. Possiamo
anche scegliere se viaggiare di notte o di giorno. Come ci piace.
Basta guardare in alto e quell'enorme palla di fuoco piano piano
lascerà spazio al blu scuro della notte, siamo noi i padroni del
tempo. Se ti va, finché non arriviamo dove vuoi, possiamo lasciare
il pulsante premuto sul programma 'notte' e far durare le stelle fino
a quando decidi di farle atterrare per far spuntare la luce e goderti
il sole. Posso governare le funzioni della finestra-oblò senza
problemi, basta che stenda un braccio. Non abbiamo fretta, rilassati.
Guarda! Da quassù, se ti sporgi, puoi vedere i delfini guizzare a
pelo d'acqua. Vengono con noi, sono le persone che ti amano. Adesso
io andrò su nella plancia per controllare la direzione, ma tu stai
pure, nonna, puoi parlarmi anche da lì.>>
Alzheimer
ha dato il suo nome alla definizione dello strazio. Per chi non la conosce
sembra una città tedesca, ma i suoi souvenirs non sono cartoline,
sono bare in cui si finisce a poco a poco e che si chiudono mentre
ancora respiri.
<<...Un
vegetale in un deserto che lentamente si secca e s'insabbia per
diventare fossile. E la cosa terrificante è che questo processo
avviene da vivi, se vale ancora la pena di usare questo termine.
Alzheimer ha dato il suo nome alla definizione dello strazio. Per chi
non la conosce sembra una città tedesca, ma i suoi souvenirs non
sono cartoline, sono bare in cui si finisce a poco a poco e che si
chiudono mentre ancora respiri. Quelle cartoline provengono da un
mondo che non puoi conoscere finché non lo vivi 24 ore su 24 di
fianco a un ammalato. Sono spedite dal fronte di una guerra che anche
se la racconti in un libro o nelle pagine di un blog, rimane un
segreto distruttivo che annienta ogni alibi o ragione. Una lotta
impari che annichilisce fuori e dentro. Non ti rimane altra scelta
che aspettare e guardare, finché quella candela non avrà più cera
e tu ti sarai scottata troppe volte con le tue stesse lacrime.
A
quel punto anche il profumo non avrà più senso. Quell’acqua di
rose che le piaceva tanto e che ha sempre accarezzato il suo corpo
diventerà polvere inodore. Diranno che Maria aveva il profumo di un
fiore, l’anima di un fiore, la fragilità di un fiore, il colore di
un fiore che sboccia in tutto il suo candore. E metteranno fiori
sulla sua tomba. Diranno: 'Ha finito di soffrire' e altre cento frasi
di circostanza che si dicono ai funerali.
Non
so quando questo accadrà, è difficile fare previsioni. Tra poco
sarà il suo settantacinquesimo compleanno. Non so se ci arriverà.
Dicembre è lontano e per lei lo è ancora di più. E non mi
meraviglierei se in quel periodo di gelo incontrasse un iceberg che
fermasse la navigazione della barca per qualche tempo. O forse no,
magari proprio quell'iceberg potrebbe squarciare lo scafo come
avvenne nel naufragio del Titanic. Chi lo sa! In ogni caso, quando
verrà quel momento, non importa in che mese, potrebbe essere anche
agosto, io non riuscirò più a sentirei nemmeno l’odore del mare,
perché quella barca, la nostra barca, si sarà disintegrata. Lei
farà come un vero comandante d'onore, affonderà con la sua nave. Si
girerà un’ultima volta verso qualcosa che l’ha sempre
accompagnata, la ringrazierà a modo suo, forse la rimpiangerà, ma
chiuderà gli occhi e i suoi battiti diminuiranno fino a far
imbarcare acqua anche nei lembi più essenziali di quel suo veliero
di amore e fantasia sul quale solo in pochi hanno saputo salire. Lei
saluterà solo loro e quei delfini s'allontaneranno dopo che la sua
immagine di sofferenza sarà svanita nell’aria. A quel punto non
resterà più nemmeno un corpo da abbracciare.
Il
comandante della M.L. non si salverà. Sprofonderà nel buio
portandosi dietro una parte di me. Una parte che già ora mi manca e
crea un vuoto. Un buco che sto cercando di riempire con le parole che
vedo proiettarsi da sole sulle pareti e sui soffitti. Parole che mi
spingono per essere scritte, per far sì che si parli di più di
questo crudele mostro silenzioso chiamato Alzheimer, un orrore
assassino che viene quasi ignorato dalla nostra società sempre più
preda di illusioni ottiche confezionate ad uso commerciale. Un morbo
strisciante che ne ammazza a milioni eppure viene lasciato solo agli
ammalati, ai parenti e agli specialisti, troppo spesso confinato in
isole di silenzio. Parole che vogliono essere stimolo per la ricerca
di un rimedio e aiuto per sostenere gli sforzi delle attuali
ricerche. Parole che avrebbe voluto dirmi, e non poteva, la mia
compagna di navigazioni immaginarie, colei che quando ero piccola
giocava con me sul bagnasciuga e mi pettinava sotto l'ombrellone
togliendomi la sabbia dai capelli e intanto rideva con me....
E
io con lei, per sempre. >>
Nel morbo di Alzheimer, l’ippocampo è una delle prime regioni del cervello a soffrire dei danni.