sabato 9 luglio 2011

Camden Town, la città fantasma

Londra, Camden Town, linea BLACK.
"Mind the gap". Dopo queste parole, scendo e mi avvio all'uscita. L'orologio del "THE TUBE" segna le 17.45... La scalinata affollata è solo un' anticipazione: fuori, sotto un cielo azzurro scuro, c'è il caos. Mi guardo intorno, sorpresa, come se non mi trovassi più a Londra ma in un posto totalmente diverso, lontano chilometri e chilometri dal Big Ben. Cominciano a cadere dal cielo piccole goccioline... le sento fermarsi solide sul pelo nero del mio cappuccio. Sono lente e sembrano lasciare asciutti i miei capelli che per uno strano motivo sembrano non arricciarsi. Anche l'umido qui è diverso. La gente passa e non ti guarda, non ti fissa in quell'insistente modo che ti fa girare dall'altra parte e ti fa dire mentalmente “ma che diavolo ha questo da guardare???”. Così già mi sento a casa. Negozi colorati, vestiti di ogni tipo e genere, ragazzi con la cresta fuxia, gente distinta, il Regent's Canal in lontananza che sembra fare da tavola a un vagone fermo, un battello bianco e blu che sembra lì da sempre, come un pezzo da collezione. Le case in questa via sono alte poco più di due piani, c'è tanto spazio aperto, non c'è nessuna reclusione.... mi sento libera. Sono circondata da arte. Arte sulle facciate, arte nell'anima delle persone, arte nei colori, nella sensazione, nell'evidente movimento di questa Town che potrebbe continuare ad esistere anche se tutto il resto esplodesse da un momento all'altro. Qui è un altro mondo. Arrivata al piccolo ponticello sul canale mi accorgo che la storia parla attraverso le statue equestri. Musi e corpi di cavalli escono da ogni muro e sembrano cadermi addosso, lucidati dalla pioggia che continua imperterrita a dare un tocco di surreale. Anche il pavimento in ciottolato luccica, sembra pericoloso, in realtà ho i piedi ben saldi a terra. E' la testa a scivolare via. Sono circondata da colori, etnie, mondi opposti. Sono al centro di tutto e di niente. Passo davanti a uno specchio e mi guardo, sembro estremamente cambiata: adoro questa sensazione di diversità. Continuo a camminare come se fossi sospesa dentro a un fumetto, in quegli scorci schizzati via, interminabili e bui. Ogni tanto torno sulla terra, sento parole, voci di persone, cose che non capisco. Come mi piace non capire, starei qui per sempre. Sono un pesce fuor d'acqua che non si sente soffocare. Mi accosto al canale e un cigno bianco si avvicina al bordo, fermandosi sotto un salice piangente. E intanto la sera avanza... il freddo ormai non mi tocca più. Stringo in mano un bicchiere di carta con sopra un coperchio dal quale sorseggio ogni tanto qualche goccia di cappuccino. E' l'unica cosa che mi riporta alle mattine italiane, lontane da questo posto che non potrò più trovare risalendo le scale di un metrò. Un villaggio di legno si apre di fronte ai miei occhi. I vicoli diventano dorati e ogni delizia è servita. Giapponese, cinese, tailandese, indiano, messicano.... oh, c'è pure italiano... “spaghetti”. Quella parola dimenticata come uno schiaffo in pieno viso mi scaraventa a casa, davanti alla mensola sopra al lavandino, quella che contiene il pacchetto semi vuoto di “num. 5”. Distolgo gli occhi e la mia cucina scompare come se l'avessi cancellata con la gomma. Il cigno se ne è andato. Interminabili onde di luci, colori, suoni, e poi il buio. Mi incanto su quel battello che oscilla lievemente, mi ricorda il treno sull'acqua del cartone giapponese “La città incantata” di Hayao Miyazaki. Passo accanto ai vicoli laterali che si affacciano sul canale, tutto forma un labirinto equestre riempito di gocce sopra un mondo vintage, fatto di accessori, vestiti, casette di legno come piccoli banchetti l'uno vicino all'altro. Poi finalmente trovo un bagno pubblico. Penso che possa essere indecente, come tutti i bagni pubblici del mondo. Supero un ponticello buio e intravedo uno guardia di sicurezza in bici che mi saluta serenamente. Entro dentro e vengo abbagliata da piastrelle bianche. Trattengo il respiro preparandomi al peggio, ma quando lo lascio, mi accorgo di potermi anche sdraiare su quel pavimento pulito e profumato. Nel bagno di un posto strapopolato, trasgressivo, moderno e particolare, c'è pure il sapone e il phon che funziona. Non vedo l'ora di uscire, già mi manca, devo continuare a vagare assorta su questa giostra. Ormai è notte e la pioggia è intensa. Mi bagna ma non mi importa... divento lucida anch' io come quel cigno meraviglioso e, nel lucido scorcio di un fumetto, svanisco nella penombra... 





Dal veliero, GG

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