martedì 13 settembre 2011

"Ogni giorno, ogni ora" Nataša Dragnic.






Mararska. La scogliera della Croazia nei primi anni '60.
Quando in libreria ho sfogliato qualche pagine del libro "Ogni posto, ogni ora", ho subito capito che Nataša Dragnic usa uno stile letterario che non mi è mai piaciuto: frasi corte, tantissime ripetizioni (piacciono anche a me...ma non allo sfinimento!), virgole ovunque e anche un sacco di “e” maiuscole a inizio frase. E questo. E quell'altro. E quell'altro ancora. E che noia! Qualche pagina più in là ho notato l'uso (letto e riletto) di sequenze di aggettivi per descrivere una sensazione, uno stile adottato da molti autori per cercare di definire emozioni che non possono essere riassunte in una sola parola, giusto, ma l’esagerazione di un elenco non migliora il risultato. Malgrado questo, curiosando più attentamente, ho trovato alcuni tratti che mi hanno colpito. In particolare certe frasi che mostravano una spiccata somiglianza con quelle che avevo scritto in alcuni racconti.
E mi sono chiesta: “Scrivo cose così banali, tanto da poterle ritrovare in un volume scelto a caso fra migliaia di libri, oppure l'ho preso dallo scaffale come si pesca un biglietto fortunato alla lotteria?” In quel momento non ci ho pensato molto, l’ho preso e basta. Un breve passo che ho letto, sfogliando il testo, mi è bastato a dimenticare in un secondo lo stile letterario che non mi convinceva e il fatto che avessi ancora dei libri da finire, qualcuno a metà, qualcuno all'inizio. Un brano semplice, ma poetico:
Perché c’è sempre qualcosa di insolito nell’aria quando Dora e Luka sono insieme. Non la puoi chiamare quiete e non la puoi chiamare tempesta. Sa di mandarini e di mandorle tostate e di mare e di biscotti appena sfornati e di primavera. Quasi fossero avvolti da una nuvola. Alcuni pensano che sia turchese, quella nuvola, ma altri no, altri dicono arancione.”
Tornata a casa, non conoscendo l'autrice, ho fatto una piccola ricerca sul web mi sono imbattuta nel suo sito ufficiale, ma ho aspettato un po' prima di visitarlo.
Pensavo: “No... ti prego, dimmi che questo non c’entra niente col libro!” Ma la curiosità ha subito vinto e ho cliccato su 'Facebook' sperando che fosse l'indirizzo del suo profilo. Invece no, da quel collegamento si accedeva a un’applicazione del social network per “trovare la tua metà”, un programma che funzionava caricando una foto personale e scegliendo uno dei tuoi amici come metà per completare l'immagine.
Che cosa orrenda! Strumentalizzare in quel modo la trama del libro! Che modo stupido di rovinarmi il sapore di un romanzo che, tuttavia, non smettevo di leggere. Perché, nonostante quel tipo di scrittura mi stancasse con la pesantezza di un effetto un po’ 'mattone', riducendo la storia a un filo di descrizione che non lasciava spazi liberi d’immaginazione, continuavo a piccoli passi, disorientata, in una trama comunque interessante. Ma, arrivata a più di metà volume, ho capito che l'autrice era talmente presa a cercare di raccontare tutte le emozioni dei due protagonisti che a volte si dimenticava informazioni narrative fondamentali, nonché spazi e respiri d’ambiente che a mio parere non devono mancare. Era una continua aggiunta alla ricerca di effetti emotivi, ti frustava la mente con continui colpi di punteggiatura, come se l'autista di una macchina su cui sei passeggero frenasse e accelerasse continuamente.
Penso che leggere questo libro sia come vedere la sceneggiatura di un telefilm ambientato in un piccolo paese (nonostante alcuni viaggi dei protagonisti), con i soliti personaggi e le giornate sempre uguali, benché decisamente caotiche e svincolate da ogni puntuale criterio di verosimiglianza. Forse era questo che voleva raccontare Nataša, passando sopra alla vita reale, lontana anni luce da quello che racconta. Malgrado tutto ciò, lo ritengo un libro da leggere, dal quale sicuramente si può apprendere qualcosa, come accade per quasi tutti i libri, ma, secondo me, non rappresenta un caso letterario così eclatante da dover essere pubblicato in 27 paesi!! °_O
L’autrice, in un’intervista, spiega:
E allora ho incominciato a pensare al "perché": come può succedere? Quale può essere la ragione per cui due persone che si amano non riescono a stare insieme? Questa cosa mi ha occupata molto. Volevo capire. Quindi ho iniziato dal principio. Ed ecco che avete la storia di Dora e Luka.”
Chissà se la risposta che si è data a quella domanda è stata: “Sì, ci sono riuscita” oppure “Sono lontana mille miglia... forse per scrivere storie così si devono prima vivere”. Spero nella seconda ipotesi. E sorrido. Perché, ripensandoci bene, niente di questo libro assomiglia ai miei racconti. 

Dal Veliero, GG

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