mercoledì 23 gennaio 2013

"Io prima di te" Jojo Moyes


Louisa Clark
Will Traynor

Londra.

Capita di entrare in libreria non avendo idee chiare. Capita anche di prendere in mano un volume, solo perchè esso è posizionato più in alto rispetto a un altro o perchè la copertina attira particolarmente la tua attenzione. Leggo la trama, concludo che non è niente di che e lo rimetto al suo posto. Faccio un giro intorno al bancone centrale, quello che accoglie i vertici della classifica. Mi soffermo su titoli che non mi piacciono, parole accatastate senza ritegno su disegni di cupcake o vestiti firmati. “Ricette, cioccolato, chanel, un anello, per sempre”. C'è pure la Parodi con la sua faccia da culo e quelle ricette con la roba avanzata. Fascette gialle precludono un successo affermato e la veridicità di ristampe a breve tempo l'una dall'altra, quasi incredibili. Ma non c'è niente che mi entusiasma, leggo “un successo dal passaparola”, cifre esorbitanti, e rimango perplessa, estasiata, positivamente invidiosa. Milioni di copie per trame senza spina dorsale, fluttuanti grammi di pateticità. Ritorno su quel libro all'entrata. Forse è messo lì per quello, per essere preso più facilmente senza inganni ottici; al contrario degli altri non ha nessuna fascetta. La copertina lucida, semplice, stilizzata, accoglie solamente il commento di un'altra scrittrice. Rileggo la trama, indecisa se acquistarlo o meno, perplessa dal genere, una specie di romanzo rosa, roba alla Nicholas Sparks che leggevo a 14 anni. Leggo qualche pagina per capire il tipo di scrittura e noto che al contrario di certi generi mi piaciucchia, mi invoglia a continuare. Così lo rimetto a posto, ma solo per prendere quello sotto che non ha quell'orrenda macchia sulla prima pagina, all'interno. Arrivo a casa e il desiderio di cominciarlo è forte, anche se ne ho due da finire. Li ho lasciati sospesi lì perchè mi piacciono, ma non abbastanza da essere finiti in un tempo breve. Mi ritaglio qualche ora noiosa da dedicargli e mio malgrado scopro che lo sto divorando. Già alla 150esima pagina lo guardo dall'alto, nello spessore, sperando di non essere ancora a metà. Succede raramente di catapultarsi in un libro, ma quando accade è meraviglioso. Senti la tua vita in mano a qualcuno, scene di ricordi che vivono nei frammenti di tempo degli altri. A volte ti riconosci nei personaggi, ne paragoni le abitudini, i modi di pensare, le sfortune, le fortune. A volte invece ti sembra di conoscerli piano piano come due estranei che diventano via via più intimi. I personaggi di cui parlo sono Louisa Clark, una ragazza di 26 anni con una mentalità ristretta e residente in un piccolo posto turistico e Will Traynor, un 35enne tetraplegico con un passato da uomo d'affari e hobby spericolati. Sembra la solita trama, la ragazzina e il riccone, 50 sfumature delle solite brodaglie, ma così non è. Me ne accorgo dal modo in cui è scritto, scorrevole, divertente ma profondo, e anche per ciò che esce fuori da due persone così totalmente differenti. Non ha bisogno di scene di sesso per stuzzicare l'interesse, c'è molto altro che provoca curiosità. Spesso l'ambiente è quello di casa, di una famiglia (quella di lei) come tante altre che fatica ad arrivare a fine mese con questa figlia che trova lavoro come assistente di Will e mantiene tutti. Non c'è solo una verità profonda di quelle che sono le (buffe) preoccupazioni dei familiari, le incomprensioni che inevitabilmente si creano, c'è anche la misura in cui vengono trattate due figlie, i modi diversi che hanno i genitori di rapportarsi con loro. C'è la paura di Lou, che non ha mai vissuto niente di diverso da preparare il thè, di affrontare le esigenze e i bisogni di un uomo in carrozzina senza l'uso di gambe e braccia, c'è questa storia che germoglia piano, sotto amare difficoltà. Ci sono due prospettive completamente diverse, due destini incrociati che cambiano. Ciò che fa la differenza è la misura con cui viene trattato il libro, il bilanciamento delle varie situazioni, i capitoli col cambio di prospettiva. La voglia di andare avanti per sapere, correre con gli occhi verso il basso per leggere quello che aspetti. Il desiderio che accada, come se quei due protagonisti stessero vivendo davanti a te, in un televisore o proprio in carne e ossa. Li senti parlare, immagini tutto: quel momento descritto, lo vivi , lo assapori, lo rileggi quasi due volte. I loro visi, i loro stati d'animo, hai quasi paura per quella scena che ti aspetti e che inevitabilmente succede e leggi quasi soddisfatta, perchè lo sai. Hai capito tutto. Anche se a volte ti accorgi che non hai capito nulla, che ti sei fatta trasportare come un lettore assente, in balìa alle tue emozioni personali.....

A un certo punto però, l'ho abbandonato sul comodino. Paradossalmente mi piaceva troppo perchè finisse così presto. Dovevo gustarmelo, dovevo portare nella mia quotidianità quella buffa famiglia, la vita di quei due personaggi, conoscerli nella memoria e nelle sensazioni sin dalle prime ore del mattino, guardare quella copertina prendere polvere e dirmi “manca poco, solo 100 pagine....”. Arriva sempre quel punto, quello in cui abbandono il libro come un amico che non voglio più, perchè scava troppo dentro di me, perchè stuzzica la mia voglia di scrivere, la cattura e la plagia nel tempo che passo a leggere libri degli altri. Poi senza che il momento sia calcolato lo riprendo in mano e lo finisco. Lo mangio, con la consapevolezza che le sensazioni della prima parte letta ormai si sono attenuate. E lo sono infatti, le lacrime mi restano ai lati degli occhi e sono felice che un libro sia riuscito a farmi conoscere due persone che da quanto sono state presenti, per me esistono davvero. E non posso che passarlo subito, perchè i libri belli non sono così belli come quando ne parli con qualcuno ....


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