Louisa Clark
Will Traynor
Londra.
Capita di entrare in libreria non
avendo idee chiare. Capita anche di prendere in mano un volume, solo
perchè esso è posizionato più in alto rispetto a un altro o perchè
la copertina attira particolarmente la tua attenzione. Leggo la
trama, concludo che non è niente di che e lo rimetto al suo posto.
Faccio un giro intorno al bancone centrale, quello che accoglie i
vertici della classifica. Mi soffermo su titoli che non mi piacciono,
parole accatastate senza ritegno su disegni di cupcake o vestiti
firmati. “Ricette, cioccolato, chanel, un anello, per sempre”.
C'è pure la Parodi con la sua faccia da culo e quelle ricette con
la roba avanzata. Fascette gialle precludono un successo affermato e
la veridicità di ristampe a breve tempo l'una dall'altra, quasi
incredibili. Ma non c'è niente che mi entusiasma, leggo “un
successo dal passaparola”, cifre esorbitanti, e rimango perplessa,
estasiata, positivamente invidiosa. Milioni di copie per trame senza
spina dorsale, fluttuanti grammi di pateticità. Ritorno su quel
libro all'entrata. Forse è messo lì per quello, per essere preso
più facilmente senza inganni ottici; al contrario degli altri non ha
nessuna fascetta. La copertina lucida, semplice, stilizzata, accoglie
solamente il commento di un'altra scrittrice. Rileggo la trama,
indecisa se acquistarlo o meno, perplessa dal genere, una specie di
romanzo rosa, roba alla Nicholas Sparks che leggevo a 14 anni. Leggo
qualche pagina per capire il tipo di scrittura e noto che al
contrario di certi generi mi piaciucchia, mi invoglia a continuare.
Così lo rimetto a posto, ma solo per prendere quello sotto che non
ha quell'orrenda macchia sulla prima pagina, all'interno. Arrivo a
casa e il desiderio di cominciarlo è forte, anche se ne ho due da
finire. Li ho lasciati sospesi lì perchè mi piacciono, ma non
abbastanza da essere finiti in un tempo breve. Mi ritaglio qualche
ora noiosa da dedicargli e mio malgrado scopro che lo sto divorando.
Già alla 150esima pagina lo guardo dall'alto, nello spessore,
sperando di non essere ancora a metà. Succede raramente di
catapultarsi in un libro, ma quando accade è meraviglioso. Senti la
tua vita in mano a qualcuno, scene di ricordi che vivono nei
frammenti di tempo degli altri. A volte ti riconosci nei personaggi,
ne paragoni le abitudini, i modi di pensare, le sfortune, le fortune.
A volte invece ti sembra di conoscerli piano piano come due estranei
che diventano via via più intimi. I personaggi di cui parlo sono
Louisa Clark, una ragazza di 26 anni con una mentalità ristretta e
residente in un piccolo posto turistico e Will Traynor, un 35enne
tetraplegico con un passato da uomo d'affari e hobby spericolati.
Sembra la solita trama, la ragazzina e il riccone, 50 sfumature delle
solite brodaglie, ma così non è. Me ne accorgo dal modo in cui è
scritto, scorrevole, divertente ma profondo, e anche per ciò che
esce fuori da due persone così totalmente differenti. Non ha bisogno
di scene di sesso per stuzzicare l'interesse, c'è molto altro che
provoca curiosità. Spesso l'ambiente è quello di casa, di una
famiglia (quella di lei) come tante altre che fatica ad arrivare a
fine mese con questa figlia che trova lavoro come assistente di Will
e mantiene tutti. Non c'è solo una verità profonda di quelle che
sono le (buffe) preoccupazioni dei familiari, le incomprensioni che
inevitabilmente si creano, c'è anche la misura in cui vengono
trattate due figlie, i modi diversi che hanno i genitori di
rapportarsi con loro. C'è la paura di Lou, che non ha mai vissuto
niente di diverso da preparare il thè, di affrontare le esigenze e i
bisogni di un uomo in carrozzina senza l'uso di gambe e braccia, c'è
questa storia che germoglia piano, sotto amare difficoltà. Ci sono
due prospettive completamente diverse, due destini incrociati che
cambiano. Ciò che fa la differenza è la misura con cui viene
trattato il libro, il bilanciamento delle varie situazioni, i
capitoli col cambio di prospettiva. La voglia di andare avanti per
sapere, correre con gli occhi verso il basso per leggere quello che
aspetti. Il desiderio che accada, come se quei due protagonisti
stessero vivendo davanti a te, in un televisore o proprio in carne e
ossa. Li senti parlare, immagini tutto: quel momento descritto, lo
vivi , lo assapori, lo rileggi quasi due volte. I loro visi, i loro
stati d'animo, hai quasi paura per quella scena che ti aspetti e che
inevitabilmente succede e leggi quasi soddisfatta, perchè lo sai.
Hai capito tutto. Anche se a volte ti accorgi che non hai capito
nulla, che ti sei fatta trasportare come un lettore assente, in balìa
alle tue emozioni personali.....
A un certo punto però, l'ho abbandonato sul
comodino. Paradossalmente mi piaceva troppo perchè finisse così
presto. Dovevo gustarmelo, dovevo portare nella mia quotidianità quella buffa famiglia, la vita di quei due personaggi, conoscerli
nella memoria e nelle sensazioni sin dalle prime ore del mattino,
guardare quella copertina prendere polvere e dirmi “manca poco,
solo 100 pagine....”. Arriva sempre quel punto, quello in cui
abbandono il libro come un amico che non voglio più, perchè scava
troppo dentro di me, perchè stuzzica la mia voglia di scrivere, la
cattura e la plagia nel tempo che passo a leggere libri degli
altri. Poi senza che il momento sia calcolato lo riprendo in mano e
lo finisco. Lo mangio, con la consapevolezza che le sensazioni della
prima parte letta ormai si sono attenuate. E lo sono infatti, le
lacrime mi restano ai lati degli occhi e sono felice che un libro sia
riuscito a farmi conoscere due persone che da quanto sono state
presenti, per me esistono davvero. E non posso che
passarlo subito, perchè i libri belli non sono così belli come
quando ne parli con qualcuno ....

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