sabato 2 febbraio 2013

Estratti del mio libro - A distanza di 4 anni....



A distanza di 4 anni da quando l'ho scritto, 3 da quando l'ho pubblicato e 2 da quando è mancata mia nonna, se mi chiedessero “a quali parti del tuo libro sei più legata”? Senz'altro non saprei rispondere. Lì dentro c'è tutto, l'assenza di una nonna che nella mia adolescenza ha segnato una grave mancanza, l'inizio dell'odissea, la malattia negli occhi di una quindicenne, la rabbia nell'anima di una ventenne. A un anno dalla pubblicazione del libro, nel 2010, mia nonna è mancata, ha smesso di respirare in una notte d'aprile, dentro un ospedale di Levanto che sembrava portasse alta la scritta 'sono - l'ultima - spiaggia'.
Ma dei tratti del libro a cui sono legata particolarmente e che ho citato poco, portano mille sfaccettature e stasera mi va di postarli e condividerli con voi...



 "Dentro il male - Sentieri d'amore nel labirinto dell' Alzheimer"
                                          Armando Editore, Roma, 2010



Papavero

Forse sono caduta o forse mi hanno investita, sono confusa, ma prima... prima dov'ero?




<< L'oceano e calmo.
Intuisco che qualcosa mi sta portando dove non sono mai stata. Tutto oscilla lievemente e s'accende di colori, persino il pavimento arancione su cui sono sdraiata. Sembra formare dei cerchi d'acqua, più chiari, come se stessi galleggiando su petali di fiori bagnati. Mi guardo intorno stranita e non so proprio come diamine abbia fatto a finire qui. Sento fruscii di teli di nylon e persone che bisbigliano. Eppure non vedo nessuno. Sono da sola. Non scorgo nemmeno la mia ombra. Il sole se n'è andato e il cielo è rinchiuso in un triangolo blu scuro sospeso dietro un vetro. Respiro un'aria pungente, pervasa da un odore di benzina che mi arriva a ondate sul ritmo di una melodia ripetitiva che forse ho già sentito. Sembra che il mio corpo sia immobilizzato da una forza esterna che m'impedisce di muovermi. Tutto ciò che mi riguarda è estraneo a ciò che vedo. E viceversa. Non riesco a riordinare i pensieri, non ricordo nulla di ciò che ho fatto prima di trovarmi stesa qui. Le luci gialle ora sono diventate rosse. Un rosso tutt'altro che estraneo. Il colore m'invade, questa volta, mi copre come un vestito, una seta che mi scende da una spalla per fasciarmi di porpora a sirena dilagando in uno strascico di pizzo. Mi ricorda un abito da sposa fotografato in una rivista. Sicuro, è lui, lo riconosco. Sto camminando leggera sul velluto scarlatto di una chiesa di fianco alla persona che amo. Allora questo suono sarà la musica di un organo, ma non vedo l'organista.. Di sorpresa mi toccano la schiena. Forse qualcuno sta raccogliendo il mio velo da terra, un velo rubino di almeno tre metri, lo sta sollevando e nel farlo mi ha tirato i capelli. Sì, è così. Ho la sensazione che me li stiano tagliando. Ma mia madre dov'è? Non c'è nessuno intorno, persino l'uomo che mi sta sposando è soltanto un carosello di volti che si danno il cambio a baciarmi tenendomi per mano. Questa mano che qualcuno tocca, ma che io non sto dando a nessuno. Mi sento presa in braccio, forse sono i miei amici che mi stanno festeggiando. Sembrano felici. Ma forse intravedo soltanto schegge d'espressioni che io tramuto in sorrisi. Ridono da soli perché io non ho più forze e la mia fantasia le sta perdendo. Questa parte di mondo che non sapevo esistesse ora m'attornia inquietante e mi fa chiedere cosa siano questi respiri affannati, queste urla, queste mani sul viso, sui capelli, sul corpo. Fastidiose. A uno a uno i miei occhi si aprono nella vibrazione di un tremito. Quando cerco di alzarmi per capire avverto un dolore che mi strazia le gambe. Sento pizzichi ovunque, sulle ginocchia, ai gomiti, sui polsi. Non riesco a compiere il benché minimo movimento. Il rumore mi assorda, m'intontisce di nuovo. Riappoggio la testa a terra. Ho paura. La vista mi s'annebbia, va e viene, come il mio respiro che ogni tanto sfocia in un sospiro trattenuto, come avesse timore, anche lui, di farsi sentire. Mi compaiono davanti facce di persone chinate su di me che parlano agitate, non so da dove vengano, sembrano appena saltate giù da un'altalena impazzita. Appena metto a fuoco vedo zampilli di sangue che mi fuoriescono da varie parti. Che succede? Sono ferita? Non voglio andare in ospedale. No, non voglio. Mi stanno raccogliendo dall'asfalto come fossi un pulcino stramazzato dal quinto piano. Anche se ho visto sangue, non riesco a ricordare che cosa mi abbia schiantato. Ricordo un muro fragile, grigio, in certi punti trasparente. Un muro astratto, una barriera che non sono riuscita a superare, forse la stessa voglia di scappare, la rincorsa veloce verso un'aria più libera, non dominata dal dolore e assediata dalle ansie. Forse sono caduta o forse mi hanno investita, sono confusa, ma prima... prima dov'ero? Un'infermiera mi parla, cercando di calmarmi, in questa navicella biancorossa che sfreccia nelle strade, mentre io non capisco ciò che dice e continuo il mio percorso d'immagini create dal niente. Sono su una splendida limousine bianca, intoccabile, lucida. Accelera delicata sulle note di una bella sinfonia. Sto andando in viaggio di nozze, o forse sto fuggendo all'estero vestita da sposa. Mi pare di svenire. La luce mi stanca gli occhi. Li richiudo. Non voglio sapere nient'altro.

“Amore mio dove andiamo? Stringimi, stringimi nelle tue braccia...” è un abbraccio che conosco, l'ho sempre voluto. E' il giorno più bello della mia vita. Nessuno più ci insegue nulla più ci ostacola. La limousine bianca fugge veloce nelle vie.

“Sei venuto a prendermi, siamo scappati via da tutti e ora andremo in quel posto che sappiamo solo noi, quello che sognavamo pensandoci. Vero, amore mio?”

Troppo bello per essere vero. Avrei voluto non risvegliarmi mai più e invece, come ogni bel sogno, anche questo è sfumato nell'oblio e mi sono ripresa con l'amaro in bocca.
Ora sono in una stanza bianca insieme a due medici vestiti coi camici verdi delle sale operatorie. Stanno parlando di me e di cosa farmi, come se per loro io fossi soltanto un oggetto di pelle. Credono che io non senta e invece capisco quasi tutto, sebbene faccia finta ancora un po' di essere più di là che di qua. Vengo adagiata su un lettino e lasciata lì senza risposte. Comincia a darmi noia questo senso di chiuso, ma devo stare ferma, immobile, è la regola del gioco. Conto i secondi, non passano mai. La grossa macchina ad anello che mi sovrasta fa più rumore di un'astronave. Il lettino avanza un centimetro alla volta, più lento di un bradipo. Finalmente sono fuori.

“La TAC è negativa ” – dice un medico passando rapidamente una lastra contro un neon
“Negativa?” – penso, mentre i miei occhi si aprono di colpo e vedo il volto di mia madre che mi guarda preoccupata.
“Mamma, cos'è successo?”
“Dimmelo tu cos'è successo?”
L'infermiera mi batte sul tempo e s'avvicina per risponderle:
“Signora, sua figlia è stata portata qui dalla Croce Rossa. L'hanno raccolta dalla strada, ha fatto un incidente con lo scooter contro una macchina.”
“Sì, questo lo so, ma volevo dire 'come è successo'...”
Mia madre mi guarda con un'aria che non riesco a decifrare. Ha un'espressione indefinita, credo peggio della mia. Quando mi tirerò su col collo potrò capire chi delle due è più stupita. Forse lei.
Intanto l'infermiera si premura d'informarla, snocciolando frasi a macchinetta:
“Ha un leggero trauma cranico, però dalla TAC non risultano ematomi. Ha perso i sensi dopo l'impatto, ma non si preoccupi, tra poco le medichiamo la ferita alla schiena e la ricoveriamo in osservazione, solo per precauzione”
Guardo l'infermiera. Guardo mia madre. Lei mi guarda. Io la guardo.
“Chi te l'ha detto?” – le chiedo, cercando di riprendere il filo.
“Un vigile. Mi ha telefonato sul cellulare. Hanno trovato il tuo per terra e sulla rubrica hanno visto il mio numero”.
“Non ci voleva un genio... è sotto 'mamma cel'.. e adesso dov'è il mio cellulare?”
“Al comando dei vigili, l'avranno spento. Non ci pensare. Dov'è che ti fa male?”
“Dappertutto. La schiena. In alto. E lo scooter dov'è? E' molto rotto?”
“L'hanno portato via i vigili anche quello, non lo so. Ma mi dici com'è successo?”
“Non mi ricordo niente, mamma... niente... mi sembra passata una vita...”
“Io l'ho visto che eri nervosa, te ne sei andata via correndo e sbattendo la porta. Non mi hai detto nemmeno dove andavi...”.
“Forse non lo sapevo neanch’io. E la nonna?”
“La nonna cosa? E' qui.. su al terzo piano... come sempre...”.
“Sono nello stesso ospedale?” – le domando, ma dalla sua ultima risposta ho già capito che è così. Mi sento come una pallina da tennis dopo una volée di rovescio che mi ha ribattuta con violenza al punto di partenza, schiacciandomi al suolo.
“Sì, certo.. ero su dalla nonna e sono scesa subito al pronto soccorso...”.
“Ok, voglio uscire, sto bene. Ho perso i sensi, ma è normale... Che mi facciano questi cavolo di esami in fretta che voglio andare a casa...”.
Non faccio in tempo a finire di parlare che il letto a rotelle su cui mi hanno spostata inizia a viaggiare, spinto dalle braccia robuste di un infermiere che non stava a guardare troppo per il sottile. Mentre mi sta facendo entrare in ascensore mi dice che la mia schiena è piena di tagli e che uno è bello profondo, tanto che mi si vede la scapola.
“Stai buona gioia, almeno finché non ti mettono i punti, poi quando ti hanno cucita ti muovi finché vuoi” - mi dice tenendomi giù con una mano appoggiata sulla spalla.
L'ascensore si chiude. Al diavolo. Il mio viso s'irrigidisce al punto che le lacrime mi si bloccano a lato degli occhi. Ancora mi trovo a chiuderli per voler scomparire nel sogno. Ora ci credo quando le persone che sono state in coma raccontano di aver visto un tunnel e una luce. Se io dal niente sono riuscita a inventarmi una cerimonia nuziale, col rosso del sangue accostato al rosso di un vestito da sposa, nonché a trasformare il suono assordante di una sirena d'ambulanza nelle variazioni di un organo di chiesa, penso davvero che tutto sia possibile. Per non parlare poi della limousine e della fuga all'estero!
“Così la vedo” – dice il chirurgo all'infermiera che lo sta aiutando a preparare il campo operatorio per cucirmi la ferita alla scapola, indicando una lampada flessibile da bloccare.
Sono stesa a faccia in giù su un lettino coperto da un lenzuolo verde.Vicino c'è un tavolo con degli strumenti di acciaio luccicanti sotto gli alogeni. Avverto l'improvviso dolore di un ago che mi punge un braccio e mi s'infila in una vena. I contorni degli oggetti divetano più morbidi, sfioccano via nell'aria come batuffoli di cotone. Velocemente si fa notte. Mi volto su una giostra illuminata come quelle del luna park. Girano cavalli, macchinine, carrozze, tutte insieme alla mia lucida astronave. Intorno non c'è nulla, solo un grande campo bianco sotto la neve che scende lenta nei bagliori delle lampadine colorate. Intermittenze di neve rossa, blu, gialla, ancora rossa. >>

Amaranto
Il sogno, la realtà...



<< Sull'oceano calmo ora si distende una giungla di nuvole striate d'arancio che a tratti s'allunga, in forme strane, oltre le rive azzurre di laghi di cielo e di luce. Una meraviglia che penetra dalla finestra e illumina la stanza di tinte calde. Perfino le sbarre del letto luccicano di riflessi dorati. Seduta al suo fianco, come al solito, mi piace parlare con lei:
“In fin dei conti, nonna, abbiamo ciò che ci serve. Possiamo decidere di mandare tutto a quel paese e costruire qui la nostra dimensione, in questi pochi metri quadri. Noi ci siamo, da mangiare c'è, abbiamo anche lo stereo e la tv, ma chi ci supera? Se vuoi metto un po' di musica, così puoi adagiarti sulle sue note e farti trasportare verso tutti gli orizzonti che ti va d'immaginare. Oriente, occidente, dove preferisci. Hai pensato 'occidente', l'ho sentito. Va bene. Adesso cerco un pezzo che ti piace di sicuro, aspetta, ecco qua: play, vai. Ma sì, scateniamo trombe e percussioni... spezziamo la cintura di spine di questa malattia bastarda a ritmo di merengue! Con esta gozadera / se amanece bailando... Ti ricordi quando su questa musica ti prendevo per mano e ti facevo ballare? Non è passato molto tempo. Cercavi d'impegnarti per muovere i tuoi timidi piedini a tempo... la rumba esta que arde.. e ridevi! Allora eri ancora consapevole che stavi ballando... Il volume è troppo alto? Ok, ora lo abbasso, come vuoi... lo lasciamo al minimissimo, così. Possiamo fare quello che vogliamo. Qui nessuno ci tocca. Io ho la mia sedia, tu hai il tuo letto a rotelle, un letto viaggiante... mica ce l'hanno tutti... con quello puoi filare dentro una favola senza nemmeno alzarti. Sì, lo so che tu vorresti, ma che ci vuoi fare? Però adesso il materassino anti-decubito dovrebbe farti sentire un po' meno dolore alla schiena, no? Certo, il ronzìo del suo motore è fastidioso, ma fregatene. Pensa che potrebbe essere il rumore dei motori di uno yacht, una barca creata apposta per non farti annegare e per portarci in giro sui mari del nostro mondo parallelo. Adesso mi siedo e te lo racconto. Dunque, il salvagente c'è, sei attaccata a questa boccetta che ti inietta la forza per resistere alle onde. Insieme possiamo guidare questa barca a est o a ovest, a nord o a sud, dove ti pare. Sei tu il comandante, sei tu che scegli la rotta e stabilisci a quale velocità far sollevare la scia di schiuma e mulinelli che rimane dietro di noi. I gabbiani ci inseguono e i loro gridi annunciano il nostro passaggio a ogni miglio percorso, nessuno può raggiungerci. Navighiamo nel vento, è una bella giornata, carburante ne abbiamo in abbondanza: scatole intere di pastiglie, flaconi nuovi di gocce, boccette a volontà. E giù nella stiva ce n'è una scorta. Possiamo anche scegliere se viaggiare di notte o di giorno. Come ci piace. Basta guardare in alto e quell'enorme palla di fuoco piano piano lascerà spazio al blu scuro della notte, siamo noi i padroni del tempo. Se ti va, finché non arriviamo dove vuoi, possiamo lasciare il pulsante premuto sul programma 'notte' e far durare le stelle fino a quando decidi di farle atterrare per far spuntare la luce e goderti il sole. Posso governare le funzioni della finestra-oblò senza problemi, basta che stenda un braccio. Non abbiamo fretta, rilassati. Guarda! Da quassù, se ti sporgi, puoi vedere i delfini guizzare a pelo d'acqua. Vengono con noi, sono le persone che ti amano. Adesso io andrò su nella plancia per controllare la direzione, ma tu stai pure, nonna, puoi parlarmi anche da lì.>>



Non ti scordar di me




Alzheimer ha dato il suo nome alla definizione dello strazio. Per chi non la conosce sembra una città tedesca, ma i suoi souvenirs non sono cartoline, sono bare in cui si finisce a poco a poco e che si chiudono mentre ancora respiri.

<<...Un vegetale in un deserto che lentamente si secca e s'insabbia per diventare fossile. E la cosa terrificante è che questo processo avviene da vivi, se vale ancora la pena di usare questo termine. Alzheimer ha dato il suo nome alla definizione dello strazio. Per chi non la conosce sembra una città tedesca, ma i suoi souvenirs non sono cartoline, sono bare in cui si finisce a poco a poco e che si chiudono mentre ancora respiri. Quelle cartoline provengono da un mondo che non puoi conoscere finché non lo vivi 24 ore su 24 di fianco a un ammalato. Sono spedite dal fronte di una guerra che anche se la racconti in un libro o nelle pagine di un blog, rimane un segreto distruttivo che annienta ogni alibi o ragione. Una lotta impari che annichilisce fuori e dentro. Non ti rimane altra scelta che aspettare e guardare, finché quella candela non avrà più cera e tu ti sarai scottata troppe volte con le tue stesse lacrime.
A quel punto anche il profumo non avrà più senso. Quell’acqua di rose che le piaceva tanto e che ha sempre accarezzato il suo corpo diventerà polvere inodore. Diranno che Maria aveva il profumo di un fiore, l’anima di un fiore, la fragilità di un fiore, il colore di un fiore che sboccia in tutto il suo candore. E metteranno fiori sulla sua tomba. Diranno: 'Ha finito di soffrire' e altre cento frasi di circostanza che si dicono ai funerali.
Non so quando questo accadrà, è difficile fare previsioni. Tra poco sarà il suo settantacinquesimo compleanno. Non so se ci arriverà. Dicembre è lontano e per lei lo è ancora di più. E non mi meraviglierei se in quel periodo di gelo incontrasse un iceberg che fermasse la navigazione della barca per qualche tempo. O forse no, magari proprio quell'iceberg potrebbe squarciare lo scafo come avvenne nel naufragio del Titanic. Chi lo sa! In ogni caso, quando verrà quel momento, non importa in che mese, potrebbe essere anche agosto, io non riuscirò più a sentirei nemmeno l’odore del mare, perché quella barca, la nostra barca, si sarà disintegrata. Lei farà come un vero comandante d'onore, affonderà con la sua nave. Si girerà un’ultima volta verso qualcosa che l’ha sempre accompagnata, la ringrazierà a modo suo, forse la rimpiangerà, ma chiuderà gli occhi e i suoi battiti diminuiranno fino a far imbarcare acqua anche nei lembi più essenziali di quel suo veliero di amore e fantasia sul quale solo in pochi hanno saputo salire. Lei saluterà solo loro e quei delfini s'allontaneranno dopo che la sua immagine di sofferenza sarà svanita nell’aria. A quel punto non resterà più nemmeno un corpo da abbracciare.
Il comandante della M.L. non si salverà. Sprofonderà nel buio portandosi dietro una parte di me. Una parte che già ora mi manca e crea un vuoto. Un buco che sto cercando di riempire con le parole che vedo proiettarsi da sole sulle pareti e sui soffitti. Parole che mi spingono per essere scritte, per far sì che si parli di più di questo crudele mostro silenzioso chiamato Alzheimer, un orrore assassino che viene quasi ignorato dalla nostra società sempre più preda di illusioni ottiche confezionate ad uso commerciale. Un morbo strisciante che ne ammazza a milioni eppure viene lasciato solo agli ammalati, ai parenti e agli specialisti, troppo spesso confinato in isole di silenzio. Parole che vogliono essere stimolo per la ricerca di un rimedio e aiuto per sostenere gli sforzi delle attuali ricerche. Parole che avrebbe voluto dirmi, e non poteva, la mia compagna di navigazioni immaginarie, colei che quando ero piccola giocava con me sul bagnasciuga e mi pettinava sotto l'ombrellone togliendomi la sabbia dai capelli e intanto rideva con me....
E io con lei, per sempre. >>


Nel morbo di Alzheimer, l’ippocampo è una delle prime regioni del cervello a soffrire dei danni.

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